Avete voluto l'”austerity”…


L’Italia è un Paese sempre meno “giovane” e ha fatto segnare nel 2016 un calo storico delle nascite. A certificarlo è l’Istat, che ha diffuso le stime per l’anno passato degli indicatori demografici. Il record negativo dell’indice di natalità del 2015 (486 mila bebè) è stato infatti immediatamente superato (con un’ulteriore diminuzione di circa 12 mila unità) nel 2016 (474 mila nuovi nati). Una riduzione pari pertanto al 2,4% e diffusa sull’intero territorio nazionale (fa eccezione la sola Provincia Autonoma di Bolzano, non a caso costantemente ai vertici delle classifiche sul benessere nella nostra penisola, con un 3,2% in più). Si confermano, poi, altri trend come il numero medio di figli per donna (1,34: più alto mediamente al Nord che al Sud) e la propensione ad averne in età sempre più avanzata (31,7 la media nazionale). Tutto sommato, tra saldo naturale (-134 mila, record dalla Grande Guerra) e quello dovuto a movimenti migratori, dal e con l’esterno o interni, l’Istat documenta un saldo complessivamente negativo per circa 86 mila unità, evidenziando nel contempo la crescita dell’età media dei residenti in Italia: al 1° gennaio 2017 44,9 anni, due decimi in più rispetto allo stesso periodo del 2016 e circa tre anni in più della media europea, che si attesta a 41,7 (nel mondo l’età media è di 29,6 anni e gli over 65 rappresentano l’8,6% della popolazione, contro il 21,7% del Bel Paese).

Insomma, siamo vecchi tra i vecchi, gli “ultimi” del Vecchio Continente, anche se il taglio negativo che da sempre si attribuisce al fenomeno non è a parer mio condivisibile, trovandoci in un’epoca di eccessiva crescita della popolazione mondiale, una crescita obiettivamente non sostenibile e forse, al netto della bellezza e della dignità assoluta della vita umana, integrante uno dei più grandi problemi, forse quello principe, dell’umanità in questo momento, alle prese con una difficile ed iniqua “spartizione” di risorse non inesauribili. Siamo troppi sul pianeta e in una condizione di scarsità di risorse, peraltro mal distribuite da politiche competitive e non collaborative, esclusive e non inclusive, derivanti da una diseguale distribuzione della ricchezza che i Governi non solo non riescono a contrastante ma che, spesso in conflitto d’interessi a causa delle enormi pressioni lobbistiche, continuano a promuovere ed accentuare. Perché si continua a sostenere l’aumento della popolazione? Perché non si fa qualcosa per porre un argine ad esempio all’eccessivo indice di natalità in un continente già martoriato dalla povertà come l’Africa?

Tornando a noi, se da un lato il fenomeno è inevitabile frutto della crisi economica e delle politiche di austerity adottate dai governi europei per contrastarla, nonché del calo di fiducia nel futuro, legato com’è a problemi ormai strutturali della nostra economia – precarizzazione ormai diffusa, stretta su salari e tutele, stretta sul credito (credit crunch), tagli ai servizi, ridotta percezione di sicurezza – dall’altro viene da molto lontano e cioè da una diversa concezione dell’uomo che si è fatta largo negli ultimi decenni, dalla propensione sempre maggiore all’isolamento, all’alienazione, all’individualismo e all’egoismo e sempre minore al vivere sociale, associazionistico, in gruppi o solidale… una propensione che da noi già incide sull’unità nazionale e sulla coesione sociale, molto più formali e giuridiche che sostanziali, e che ha inevitabili ripercussioni anche sul modo di concepire anche il nucleo fondamentale della società, la famiglia.

In questo quadro, chi lo dice che il calo della natalità sia un male in assoluto? E da cosa deriva l’accezione negativa che si attribuisce al fenomeno se non da un distorto concetto e modello di crescita, che non tiene conto dell’insostenibilità di un sistema in cui se non c’è progresso, se non si produce sempre di più non si è competitivi e si soccombe? Perché nel caso specifico il nostro Governo preme per invertire la rotta (vedi la stucchevole campagna ministeriale di comunicazione sul fertility day) senza avere la possibilità e forse la capacità di porre in essere politiche incentivanti sistemiche (asili nido, tutele per le lavoratrici, sgravi fiscali, anziché le solite futili misure spot una tantum)?

Siamo pertanto dinanzi ad un fenomeno da un lato inevitabile frutto di certe politiche e di certe concezioni che si vanno imponendo nell’era della globalizzazione e dall’altro in aperto conflitto con la sua tenuta: meno nascite significa una società più vecchia, più cauta, che risparmia di più e spende meno, che chiede meno prestiti, che produce meno.

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